Gabriele Pinardi in mostra a Persiceto.
- 2 giorni fa
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GABRIELE PINARDI
“MARTELLANDO IN TESTA L’UMANA NATURA”
12 – 27 settembre 2026
S. Giovanni in Persiceto (BO)
Chiesa di Sant’Apollinare
Un’occasione decisiva per scoprire la creatività singolare delle composizioni fotografiche di Gabriele Pinardi.
Organizzata dal Circolo “Il Palazzaccio”, la mostra comprende la serie delle London Maps, realizzata qualche anno fa, veri quadri di un’esposizione per la città, tracce su tracce di un caleidoscopio da seguire per dipanare molteplici letture e impensabili associazioni, e una lunga sequenza di opere recenti sulla condizione umana nelle quali l’autore fa esplodere la capacità di impadronirsi di aspetti visuali e simbolici insieme, virandone colore e posizione, conquistando una deformata profondità nella composizione, come se avvertisse l’urgenza di interpretare l’arco amplissimo di percezioni e sensazioni che le esperienze e le problematiche umane suscitano.
Inaugurazione 12 settembre 17.30
Orari Sab – Dom 10.00 - 12.30 e 15.00 - 20.00
Mer – Ven 20.00 - 22.00
Naturalmente non diremo mai nulla contro la ragione se non per provocarla, in quanto si addormenta facilmente.
Maurice Blanchot
Il significato erra, come la sofferenza umana, da testo a testo, e, all’interno del testo, da figura a figura.
Harold Bloom
Invece di dedicarsi alle variazioni, tutte da tempo in crisi di sovrasaturazione, delle funzioni canoniche della fotografia – rappresentazione naturalistica, ad esempio, memoria, veridica attestazione, documentazione, autorialità “artistica” – Gabriele Pinardi propone di estendere il fotografico, di introdurre una dimensione che fa di ogni immagine, formulata in successive elaborazioni, un oggetto dello sguardo, un insieme complesso di sensoriale e di cognitivo.
Nella condizione dell’odierna umanità sofferente (la pericolosa fragilità personale e sociale, le piaghe immedicabili dell’ambiente, la deriva del presente tecnologico), che percepisce come drammatica e martellante, l’autore “deve” scegliere, perché ossessionato e sedotto dall’urgenza, frammenti della realtà, che operano «come esplosioni», direbbe Cortázar, «in un panorama immaginario molto più ampio», e fabbricare enunciati in grado di suscitare nello spettatore il paradosso figurale di indicare una situazione richiamandone altre. Pinardi è un tenace osservatore dei propri dubbi, idiosincrasie, rifiuti e giudizi intorno all’inoppugnabile vulnerabilità dell’essere umano; mappatore di pensieri in movimento, li segue mentre prendono forma: eroi ed eroine la cui vera scena d’azione non è il mondo esterno ma la coscienza in cui esso si riflette.
Non inventa, non rincorre la fantasia, semmai ama il racconto che dà accesso a luoghi remoti. Nella testa dell’autore si sono sedimentate e si sedimentano immagini fotografiche – i suoi innumerevoli scatti di oggetti, di ritratti e di gruppi, di ambienti naturali e di architetture, di murales e di manifesti, di installazioni e di opere d’arte – prima di essere lavorate secondo una concezione della realtà fenomenica nei termini di flussi e intensità, un divenire estetico fatto di ritmi, vibrazioni, consonanze che confluisce in ogni opera costruita. La tecnica va oltre il collage e il fotomontaggio, utilizza la digitale sovrapposizione-fusione delle forme e dei colori, i diversi elementi fotografici collazionati entrano in una composizione, con strati e substrati che disordinano i confini e fanno sbandare i codici consueti. Fuori dall’ordinario l’alternarsi nel viraggio di colori acrilici, desaturazioni e materie decisamente ocracee, l’assommarsi delle forzature deformanti e delle variate profondità della prospettiva.
All’apparenza il caso trionfa alla superficie di ogni “composizione”, «in queste figure che sorgono naturalmente dal fondo della loro impossibilità», chioserebbe Foucault. Facile, a prima vista, percepire l’equivoco, il “rumore” che rende la comunicazione oscura e incerta: d’altra parte, ogni scrittura, ogni opera d’arte è polisemica e produce un investimento progressivo del senso. La sfida della comprensione consiste nel vedere possibili connessioni, anche formali. Tuttavia, tra il singolo titolo apposto e ciascuna composizione si crea una tensione, l’uno agisce sull’altra e viceversa, aggiungono le parole una dimensione di ingrandimento e di trasparenza, oppure altro errare dei significati.
È l’autore stesso, poi, che distribuisce le circostanze in cui certi elementi fotografici compaiono e si ripetono: il ritorno di un elemento in altro contesto figurativo sembra una sorta di ripasso, una funzione evocativa e curativa che allevia la pressione del mondo che invade la mente. Tra i segni apparentemente immutabili nella varietà delle opere e dei significati, il manichino. Presenza incongrua e enigmatica, figura preumana che diviene postumana nella versione robotica, ci restituisce l’immagine di pezzi di corpo svincolati e liberi dalla macchina biologica e sociale dell’umano; di analoga inquietudine sono portatori certi manufatti artistici, antropomorfi e incompleti, gusci metallici che racchiudono il vuoto e l’assenza.
Alle opere così sinteticamente presentate, le più recenti di Pinardi, che testimoniano di una singolare coerenza dell’ispirazione, si aggiunge nella mostra la serie di 24 composizioni urbane, le London Maps, che risalgono ad alcuni anni fa.
Anche qui frammenti di vita: sono i segni spessi e sintetici da graphic novel, le figure da découpage incollate, le impronte sui muri normate dallo stencil, le stringhe di parole, didascaliche o allusive, che il fotografo individua sui muri di Camden Town, di Brick Lane o di Shoreditch; li mescola con i rapidi scorci del traffico ripresi dall’alto (come a suggerire possibili itinerari), con i rari ritratti, con i gruppi in movimento, con l’erettile profilo immobiliare di Londra, funghi preBrexit pronti a diventare commestibili icone sulla linea dell’orizzonte turistico. In ogni composizione Pinardi rivela la propria fascinazione per l’eccesso figurativo, la tendenza a processare gli elementi visivi con un originale onirismo di fondo e con un evidente dinamismo vorticista. Si impadronisce con voracità degli oggetti e dei simboli insieme e costringe lo sguardo a muoversi sulla superficie delle connessioni, a cercare i diversi livelli per coglierne significanti e significati.
Per una esposizione come questa, il visitatore è invitato a fare molta attenzione lungo il sentiero, come quando si attraversa una foresta.
Citando le parole di un artista visivo contemporaneo, Pierre Huyghe: «Ci sono ovunque piccole cose nascoste che stimolano i nostri sensi. Il problema è identificarle quando sfuggono totalmente alle categorie del conosciuto. L’indeterminato, l’ineffabile generano un senso di sospensione e disorientamento».
Alessandro Bencivenni























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