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ORESTE FERRETTI

MOSTRA FOTOGRAFICA " SCAVARE NEL BUIO, ESPLORARE NELLA LUCE"

DAL 30/9/2023 AL 15/10/2023 SAN GIOVANNI IN PERSICETO (BO)

Luogo: Chiesa di Sant’Apollinare, Via Sant’Apollinare.


Orari: Sab - Dom ore 10.00 - 12.30 e 15.00 - 19.00

Mer - Ven ore 20.00 - 22.00

INCONTRO CON L'AUTORE VENERDI' 6 OTTOBRE ORE 21:00


Con immagini, in gran parte inedite, che riassumono un lungo itinerario artistico, la mostra, curata dal Circolo IL PALAZZACCIO, propone una lettura e una ricerca, dedicate alla comprensione del pensiero fotografico di Oreste Ferretti – autore dell’anno FIAF 2020-2021 –, che superino gli stereotipi interpretativi che vengono applicati in genere alla fotografia di viaggio. Nel rapporto tra ombra e luce, riferimento ultimo di ogni forma di conoscenza e di comunicazione, si può individuare forse l’elemento originario dell’ispirazione di questo autore; la porosità, la contaminazione e l’attraversamento dei confini, e il contrastato equilibrio all’interno dell’inquadratura, propri di tale relazione, sono presenti in molte delle immagini esposte. Incontro con l’autore il 6/10/2023, ore 21.00, nella sede della mostra.


La misurata oscurità che limita, delimita e rende visibile ogni luce.

Maurice Blanchot, La conversazione infinita


Ma la dialettica di luce e tenebre cerca infaticabilmente esiti. Giorgio Manganelli, Emigrazioni oniriche

La presentazione di una mostra di Oreste Ferretti non può aggrapparsi alle generiche definizioni, esornative e dimenticabili, che affliggono di solito la lettura della fotografia di viaggio e che si ripetono a volte nei testi del volume celebrativo uscito in occasione della nomina FIAF a Fotografo dell’Anno 2020-21. Occorre un’indagine sulle peculiarità dell’autore, sulla natura del suo fare artistico, rintracciandone i modi attraverso gli elementi che sono protagonisti delle sue opere.

Certo, da oltre quarant’anni, un fotografo di viaggio, di luoghi di coinvolgente esotismo, di riti e di miti. A fronte di esperienze che si accumulano, fin dagli inizi in realtà Ferretti non opera in base a un pensiero preesistente, con intenzioni documentarie e didascaliche, critiche e testimoniali. Si può affermare che non fa “fotografia”, se consideriamo la fotografia vocata a una funzione referenziale e mimetico - riproduttiva – magari brillantemente e “artisticamente” riproduttiva – di oggetti, luoghi, persone fuori dall’ordinario. Compone piuttosto “immagini”, se consideriamo ciò che proviene innanzi tutto dall’immaginazione dell’autore e che, a sua volta, serve ad alimentarla. È convinzione di chi stende queste brevi note che, leggendo con cura le immagini di Ferretti, si possa riconoscere la frequente presenza, sintetizzata nel titolo di questa esposizione, della relazione tra il buio e la luce.

Alla radice dell’immaginazione che presiede alle scelte fotografiche persistono memorie convergenti. Intanto, un “magico infantile o primario”, come si direbbe di un pittore, che lo stesso autore ha rivelato. Da bambino – siamo tra la fine degli anni quaranta e l’inizio dei cinquanta – passa lunghi periodi presso una zia, in una casa della campagna parmense priva di luce elettrica. La fascinazione, quindi, indelebile della lucerna ad olio e delle lunghe ombre che invadono gli spazi domestici o la stalla, segni del buio da inseguire o in cui sprofondare, feriti dalla luce che smuore. Ma a convergere nell’immaginario è ugualmente la passione negli anni dell’adolescenza per le forme della pittura, pur non coltivata in maniera regolare e accademica. Soprattutto, una memoria della materia pittorica, di colori espressionisticamente forti che declinano acri contrasti (il Van Gogh, che Ferretti tanto ama, ma anche le fosforescenze simil caravaggesche delle figure che escono dai molti neri dei quadri otto-novecenteschi, numerosissimi su intere pareti della sua abitazione).

Un corollario su fascinazione e memoria può inoltre offrire risposta a un piccolo enigma. Come mai, solo dopo molti anni, per una mostra ospitata proprio qui nel 2018, l’autore stampa le sue foto e le espone, mentre a lungo ha preferito mostrare al pubblico la proiezione delle sue immagini inserite in audiovisivi? Forse perché nella proiezione le immagini, “trasparenti”, rinnovano in sequenza il miracolo di una apparizione luminosa sullo schermo buio (è, in fondo, la lanterne magique di proustiana infantile memoria).

Il pensiero fotografico dell’autore allora, che guida una inquadratura immediata e istintiva, rivela “nel” visibile “il” visibile che già gli appartiene, moltissime volte sperimentato in tutte le forme possibili di una passione umana rivolta al mondo, ma ricca appunto di memoria personale. Un’evocazione, se si vuole, per il sé dell’autore emotivamente vigile, ricca tuttavia di occasioni di sollecitare anche l’immaginazione dello spettatore.

Le opere in mostra – in buona parte mai presentate nelle esposizioni precedenti e che vanno dal 1978 al 2023 – raccontano con completezza le caratteristiche del fotografo sopra delineate; viene qui scelta un’organizzazione dello spazio espositivo che cerca di far convergere l’interesse sulla qualità di ciascuna opera e, insieme, fa procedere il visitatore verso il fondo della navata e verso l’abside dove nelle immagini si concentra la tipicità della relazione buio-luce propria di questo artista e del suo lavoro. Questa “progressione” è più evidente se si segue il percorso lungo le pareti, sia iniziando da sinistra – come è consigliabile – che da destra. La parte dell’esposizione al centro della navata è più varia e può funzionare da contraltare o da completamento per le immagini che si trovano ai lati e di fronte. La descritta disposizione “in prospettiva” è ben anticipata dalla prima foto esposta lungo la parete sinistra (Cina – 1984). Il fotografo coglie la situazione, una tantum senza ombre, con un’attenzione bressoniana al momento più decisivo per immaginare il quotidiano di un barbiere e dei suoi clienti sulla via della seta: in quella lunga fila ci sono tutte le foto possibili.

Il resto è grande scoperta, se si ha il coraggio di leggere con cura, liberandosi dalle abitudini; perché l’autore, come ho già accennato, non è “figurativo”, non ritaglia cioè figure dello spazio reale, percepito e riprodotto, ma “figurale”: la sua “figura”, dopo un fenomenologico stato di sospensione, è invece un segno depositato nello spazio come epifania, rivelazione di ciò che il fotografo ha visto attraverso la propria immaginazione.

Via via scopriamo che nessun grande fotografo può negarsi alle insinuazioni della luce, che Ferretti, in particolare, rivela la vitalità, prorompente o misteriosa, dei paesaggi, degli ambienti di vita e di lavoro, il misticismo, a volte sconvolgente, dei rituali e del fuoco, il fulgore, orgoglioso o dolente, degli occhi e dei gesti; si osservi, ad esempio, in alcune opere, il protagonismo delle mani: alla percezione visiva del fotografo, e nostra, sembra coniugarsi e sovrapporsi in maniera sinestesica la percezione tattile. Raggiunge tali obiettivi come un acrobata sul filo tra luce e ombra (il suo linguaggio, che crea, interpreta e produce realtà), tuffandosi nelle intermittenze della penombra, nella strategia dei chiaroscuri e dei pieni e dei vuoti, nei passaggi e negli attraversamenti dei processi osmotici di contaminazione. Le riprese in controluce, per le quali l’autore è famoso, non sono altro – occorrerebbe comprenderlo – che un sottoinsieme della principale categoria del suo fare artistico, senza dimenticare che si tratta pur sempre di un richiamo alle sagome collocate nel buio mitico della Caverna platonica.

La tentazione tuttavia più forte per Ferretti è quella di sprofondare nel buio, dove le sue unghie non hanno mai smesso di scavare, per restituire la propria attività di visione tra “raggi di intensa oscurità”, come direbbe un analista bioniano. Nelle dodici immagini dell’abside, infine, culmine alchemico dell’esposizione, si può contemplare la passione dell’autore per le grazie frammentarie del buio e della notte e la sua capacità creativa di respirare le infinite possibilità che il gioco luce-ombra offre in contesti molto diversi, dalle sponde del Gange a quelle del Tamigi.


Una considerazione conclusiva. Si può sostenere che valga per Oreste Ferretti la convinzione, espressa già da Savinio, che “la notte è più umana del giorno” e si può pensare che i suoi occhi trasformatori di fotografo siano notturni e luminosi.


Alessandro Bencivenni




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